16/08/11

Il nuovo mondo


scarica il
racconto in pdf
un racconto di Chiara Dattola e Pasquale La Forgia
illustrato da Roberto La Forgia




Adesso il mio paese non esiste più.
Prima l’acqua ha cominciato a salire per lo scioglimento dei ghiacci, fenomeno che continuava a non spaventare nessuno, se non qualche studioso di cui non ricordo nemmeno il nome.
E poi, dopo appena cinque anni, l’Italia era divisa da acqua salata.



Il mare ci sembrava ancora lontano, ma poi ha cominciato a strapparci Genova. Solo allora i telegiornali hanno cominciato a parlarne. Lasciando perdere gli scandali della politica e le buffe teorie su come allontanare la crisi.
L’acqua ha sepolto gli scandali e ha risolto per metà il problema della crisi economica.
Per anni ci avevano insegnato a migliorarci inseguendo il miraggio della salvezza. La marea ci ha fatto capire che la salvezza non era il punto d’arrivo, ma la condizione in cui avevamo sempre vissuto. Sempre a galla, sempre sopravviventi, sempre migliori o perlomeno adatti. Adesso guardiamo con chiarezza alle cose. Abbiamo perso tutto e guadagnato tutto.
Sono passati dieci anni da quando l’acqua ci ha portati via.

All’inizio Genova.
Il livello del mare si alzò di pochi millimetri, poi di qualche centimetro. Le onde si gonfiavano all’orizzonte, oscuravano il sole come la schiena di un gigante. E l’acqua continuava il suo cammino. Un mese dopo l’altro, un metro dopo l’altro. L’ennesima stranezza della natura per qualcuno. Un fenomeno isolato per altri. Sarà stata la malafede dei media, l’incoscienza di esperti compiacenti, chissà. Forse si era tanto stupidi da credere che rimandare le preoccupazioni avrebbe cancellato il problema. Intanto i carruggi cominciavano a prendere il colore delle alghe e le persone lo trovavano divertente.
“La Venezia della Liguria”: così chiamavano Genova alla televisione, mentre i passanti intervistati indossavano stivali di gomma da pescatore.
Ma l’acqua alta non si ritirava dalla città, voleva Genova tutta per sé. Il sole, il gran caldo e il passare delle stagioni non cambiarono la situazione. E la gente continuava a non preoccuparsi. Anche gli abitanti delle zone più colpite dalla marea continuavano a badare ad altro: l’instabilità del governo, la minaccia della disoccupazione, le rivalità sportive. Nei salotti la gente guardava la tv e le priorità restavano quelle di sempre. Si passava lo straccio più spesso del solito e si arginavano le porte e i garage con la segatura. I gatti addomesticati si rifugiarono sugli armadi, mentre quelli randagi si ritirarono sui tetti. I cani, meno sensibili al cambiamento, seguirono sulle prime l’esempio dei loro padroni. Ma quando l’acqua cominciò a invadere le case, i latrati diventarono insopportabili, gli abitanti della costa si rassegnarono a lasciare le loro abitazioni. Seguirono poi i portuali, i negozianti, le puttane, finché tutta la città si ritrovò nella zona alta e sovraffollata.
Quasi tutti gli autobus furono abbandonati. Solo in pochi vennero trasferiti nei comuni a nord di Genova.

Nel 2014 Genova è sparita del tutto.
Come si può perdere una città centimetro dopo centimetro, minuto dopo minuto? È impensabile. Eppure è accaduto.
All’inizio non c’erano soldi per le bonifiche, non c’erano soldi per riconquistare la terra perduta. Il respiro del mare si era preso tutto.
Un cataclisma. Un fenomeno senza precedenti. Qualcuno disse che si sarebbero dovuti salvare i monumenti, sradicarli dalle piazze e proteggerli con teche gigantesche. E dove avremmo dovuto portarli? Da che mondo è mondo i vecchi si lasciano morire nel loro letto.
Le chiese, i palazzi, le statue e i castelli adesso riposano sul fondo del mare. Oggi la terra che un tempo era baciata dal sole veste sott’acqua il suo vestito più bello.


Il numero delle vittime fu contenuto, molti anziani e malati gravi morirono per mancanza di cure. Il tasso di natalità ebbe un drastico calo e, come al solito, la natura sistemò le cose senza bisogno di decreti.
E gli altri? I vivi, intendo.
I telegiornali del 2014 hanno documentato l’esodo dei genovesi alla volta di Milano. Alcuni si stancarono presto della nuova città e continuarono l’esodo. Gli altri si fermarono e si mescolarono.
Intanto a Genova quel braccio d’acqua salata aveva arrestato la sua bramosia. La fame del mare si era concentrata altrove.
Sulla Spagna aleggiava un odore salmastro. Anche lì il mare si prese la terra. La gente piangeva e mescolava acqua salata ad altra acqua salata.
E poi arrivò il momento di Venezia. Non si sa ancora come mai la Serenissima non sia stata la prima ad affondare. Anni prima, quando in tv si mostrava una simulazione dell’innalzamento delle acque, Venezia era sempre l’esempio preferito. Una voce fredda e serena ci spiegava che di Venezia sarebbe rimasto solo il campanile di San Marco. Niente più carnevale, niente più passerelle per l’acqua alta, niente più foto con i piccioni. Solo il mare e un campanile. Forse tutto quel menar gramo ha portato bene alla città.
Ma la fortuna durò poco.
Improvvisamente la gente si ritrovò a nuotare per strada. Qualcuno si imbarcò per raggiungere Mestre e fuggire.
Ma Mestre non c’era più.

Aggirando l’ostacolo dell’Appennino ligure, infilandosi nelle fenditure, il cammino del nuovo mondo ha proseguito verso Novi Ligure e poi per Alessandria, Voghera e settimo Torinese. Torino, Biella, Legnano e infine Monza.
Ricordo degli uomini di potere che molti anni fa avrebbero voluto separare la regioni del Nord Italia da quelle del Sud. Non ricordo per quale ragione, ma probabilmente neanche loro dovevano averla chiara, visto che non fecero neanche finta di provarci. Buone o cattive che fossero le loro intenzioni, l’acqua sta realizzando il loro progetto. Con una forza e un amore che loro non hanno mai conosciuto.
Ogni settimana la geografia va aggiornata e gli studenti più giovani, grazie alle loro memorie fresche, sono gli unici capaci di tenere il passo. Dopo cena, i genitori e i nonni si siedono attorno ai più piccoli e si lasciano raccontare come il loro vecchio mondo sta cambiando, schiacciato dal cammino del mare.
Un tempo si diceva che i giovani sarebbero stati il nostro futuro. L’avevamo dimenticato, ma la marea ce l’ha fatto ricordare.
L’acqua ha dato una pulita a tutto, ma ha risparmiato le nostre convinzioni più importanti.
Guardo il mio pancione, sento che è vero.

Quando i brutti pensieri si affollavano, ci si guardava con circospezione. Quando pioveva, la mente si affossava.
E poi a un tratto tutto s’è arrestato. L’acqua si era stancata dell’Italia. Il gigante delle onde ci ha voltato le spalle e si è ritirato all’orizzonte.
Le maree fuori controllo avevano annegato anche i nostri cuori tristi.

Ora, quando vado a trovare i miei genitori, mi porto la fiocina e gli occhiali per cercar lucci.
I vestiti mi vanno stretti e il mio corpo, quello vecchio, non lo riconosco più. Ne ho uno nuovo.
Ho nuove abitudini, nuovi posti da abitare, nuovi posti da ricordare e torno alla Schiranna. Il ristorante hotel Mariuccia ha perso la darsena guadagnata pochi anni prima. Si era trasferito al Sacro Monte, sopra Varese.

Il mare si è mangiato il lago, ma in compenso io ho una spiaggia tutta per me. Varese adesso è piena di stelle marine colorate, come quelle che vedo ora.
E Agata, che nascerà fra un paio di mesi, sarà un’esperta nuotatrice. Sarà figlia dell’acqua che ha restituito la serenità a sua madre. Figlia dell’acqua che ha lavato via il sangue e pulito le ferite. Figlia dei cieli grandi e delle passeggiate al gusto di iodio.
Ora il mangiare non ci mancherà.



La crisi economica è stata dimenticata quando alcuni dei politici che ci hanno governato hanno perso proprietà, parenti e amici. Tutti abbiamo perso molto.
La marea ha fatto il possibile per essere democratica e ha provato ad affondare le disparità. Finalmente sappiamo distinguere le ragioni dei potenti da quelle dei prepotenti. Tutto è più chiaro.
Un braccio di mare ha ingoiato la pianura padana e il letto del Po dorme sotto oltre cento metri di acqua salata. Solo gli anziani rimpiangono il vecchio fiume. Anche i pesci siluro l’hanno abbandonato. Hanno preso il largo e viaggiano tranquilli nel Nuovo Mediterraneo.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

molto bello!

valentina

Francesco ha detto...

Bravi tutti!

Mario De Roma ha detto...

Però farci un salto, a genova, per far qualcosa che non sia la coda per il traghetto ce poteva stà. Pure un giro du google earth, ci stava. Genova è così alta ed arroccata, che per sommergere il centro storico prima devi sommergere ANCHE Roma e Firenze.

Ovviamente la prima città ad andarsene con l'acqua alta sarebbe Venezia.

Il Lago di Varese è abbastanza basso come elevazione, ci sono interi quartiere di genova che sono più elevati sul livello del mare del lago di varese. So che genova per voi insalubri è la porta del mare etc, etc, ma siano una generazione di nerd rovinati dai dibattiti sulla coerenza interna delle saghe fantascientifiche. Ci si deve fare i conti.

Roberto La Forgia ha detto...

Come ricercatore dati e responsabile della continuity non ti frega proprio nessuno.
Effettivamente manca la parte in cui i sindaci di Roma, Venezia e Firenze costruiscono un megarobot capace di innalzare intere città nel cielo con la sola forza del pensiero.
E Genova, che non ha creduto nel progetto, è rimasta fregata.